Alimono – intervista a Chiara Catapano

Fotografia di Ciro Ferraro

Fotografia di Ciro Ferraro

Sono nata e cresciuta tra le geometrie triestine del Borgo Teresiano e le linee tracciate su una carta nautica da un padre capitano-Catapano, che consegnò ai miei giorni nome e spirito d’avventura. Per quanto io fossi più che altro una grande navigatrice mentale, presto desiderai di fuggire realmente dalla biografia decadente e troppo fin de siècle della mia città. In fin dei conti il triestino esiste per essere o totalmente stanziale, o assolutamente migratore. Vivo tra Vienna, la Grecia e la Giordania.”

 

 

 

1) Il video Alimono prende il nome da una tua raccolta poetica. Nel video possiamo ascoltare e vedere cinque di questi componimenti. Partiamo dalla raccolta, da dove nasce l’esigenza di scrivere i testi di Alimono? E perché questo legame con la Grecia?

Devo iniziare dalla fine. La Grecia è stata la mia seconda casa negli anni dell’università. Il rapporto che è maturato lì, riguarda una sorta di esposizione al mito; esposizione che non ha nulla di culturale, di sovrastrutturale. Semplicemente, tutto ciò che era entrato attraverso libri, studio, ricerca, si è manifestato vivo e concreto. In Grecia non esiste un prima e un dopo, ma una continuità onnipresente nel paesaggio, nella lingua; chi cerca di entrare nella struttura della filosofia, del teatro, della mitologia, non deve far altro che viaggiare tra le isole dell’Egeo, dimenticare quanto il turismo snatura; ma non buttar via tutto, perché in ciò che gli si mostra, vi è anche quanto cerca.
Per quel che riguarda Alìmono, era da tempo che progettavo una biografia che trascendesse la biografia. Avevo bisogno di una storia. Così ho pensato alla Maria Nefèli di Elytis, l’ho fatta diventare una sorta di Beatrice in un viaggio che rappresentasse molti viaggi: poiché ogni biografia non è mai un unico percorso. Mi ha aiutata molto anche la lettura di “Venezia salva” della Weil, per creare un ponte con la contemporaneità quando mi sono accostata al motivo del sogno.

2) Come nasce la proposta di trasfiguare la raccolta attraverso una lente teatrale e visuale?

Arrivata a conclusione del poemetto, mi sono resa conto che in qualche modo quella scrittura rispondeva all’antica funzione del racconto orale: intrattenimento e trasmissione. Ho dunque parlato con l’attrice Iula Marzulli, che conoscevo da tempo, e che aveva studiato a lungo le potenzialità della voce. Questo mi interessava sopratutto. Le ho chiesto che cosa ne pensasse, e dopo averci ragionato assieme, abbiamo iniziato la collaborazione.

3) Nei testi del video ricorrono diverse figure mitologiche come Medea, Elena e Ulisse, che chiude il video. Ce ne vuoi parlare? Qual è il senso del mito e di questi miti, qui e ora, per te?

Al di là delle mode interpretative, resto persuasa che Levy-Strauss si era avvicinato alla comprensione del mito con i mezzi più adatti: aveva creato l’idea di sistema passando attraverso la linguistica. Come racconta Levy-Strauss, nel mito la struttura è ciò che racconta, una sorta di scrittura nella scrittura, senza per forza risolvere le antinomie che in sé genera e veicola. La mitologia tocca i punti salienti dell’essere in vita (dunque parla moltissimo anche di morte); lo fa però diversamente dalla religione, perché – pur essendo un racconto della deità e sulla deità, sul rapporto tra questa con la dimensione umana – è senza dubbio racconto laico. Ciò lo rende libero, e ci rende liberi, di esplorare qualsiasi punto oscuro, senza l’imposizione di alcun mistero.
Noi, perché generati in altri tempi, dovremo raccogliere quanto di ciò in noi si è sedimentato. Medea, Ulisse, Elena, qui giocano il ruolo dei fonemi levystraussiani: fanno parte di un sistema. Il sistema sotteso racconta, i contenuti sono le immagini-filtro. Chiaramente la cristianità – quella veicolata sopratutto dalle poesie di Elytis, per quel che riguarda questo mio lavoro – entra nella struttura senza forzature. Non bisogna dimenticare che il cristianesimo ci ha attraversati per 2000 anni. Ma coglierne la continuità con il mito, quasi esasperarne gli esiti, rende il mito qualcosa di più vicino al nostro sentire. Il filtro è la Bisanzio degli ori e degli incensi, dell’iconoclasmo e degli iconodoùli; il rito della rivelazione muta, che parla attraverso i gesti dell’icona.

4) Accanto ai miti ricorre la figura letteraria di Maria Nefeli. A cosa si riferisce?

Maria Nefèli è quel “meraviglioso letterario” creato da Odysseas Elytis: il poeta stesso rovesciato, il femminile che osserva il mondo aprendo infinite finestre su altre ed altre realtà; è la verità allo specchio. Leggere quel poema – purtroppo in italiano ne esistono solo traduzione parziali – è passare attraverso una forma di rivelazione. Il luminoso, in Elytis, continene già l’oscuro baratro; l’infelicità è germe della beatitudine. L’umano contiene tutto questo, pur traducendolo sempre al di fuori di sé. Nel racconto del Pellegrino russo vi è un po’ la storia di Maria Nefèli: ci sarà comunione con dio, quando ci accorgeremo che nel nostro cuore, è lui a ripetere il nostro nome. Vi è mistica più toccante, passaggio più diretto, dagli antichi misteri alla nostra cristianità?

5) Che tipo di esperienza è maturata in te, in quanto scrittrice che vede trasfigurate in opera video le proprie poesie?

Si è trattata di un’esperienza molto importante. È come imparare a leggere la propria opera in più lingue, assaporarne decine di sfumature nuove: questo è stato il segreto disvelato, incredibile. Sentire il suono delle parole del racconto, attraverso suoni, gesti, luoghi, che sono esattamente i propri, eppure sconosciuti. Come posso dire? La compresenza di tutti dentro il lavoro è stato come raggiungere un’essenza. Certo desidero ripetere l’esperienza.

6) Qual è il desiderio che si cela nella realizzazione di questa opera video?

All’inizio non avevo le idee ben chiare: desideravo vedere cosa succedeva, lavorare con Iula e sentire le travi del pavimento scricchiolare, sai… Come quando qualcuno entra dopo molto tempo dentro una casa vuota. Forse è tutto qui: la poesia, per quel che si sente in giro, è fatta di echi. Volevo qualcuno che la mia, la abitasse.

 

E’ possibile leggere la raccolta poetica completa “Alimono” sul sito bilingue La Casa di Carta https://lacasadicartapapirnatahisa.wordpress.com/2014/11/23/chiara-catapano-alimono/